Le galassie nel nostro universo sono 2 trilioni

Un nuovo censimento delle immagini di Hubble, rivela che le Galassie nel nostro Universo sono 2 trilioni, ovvero 2000 miliardi. 10 volte di più di quanto ipotizzato.

Le stime precedenti, con le immagini di campo profondo di Hubble dell’Universo permettevano di stimare il numero di galassie visibili in 120 miliardi. Quelle dell’Ultra Deep Field, catturate tra il 2003 e il 2004, avevano fatto salire la stima a 200 miliardi.

I ricercatori del nuovo studio dell’università di Nottingham (UK), pubblicato sull’Astrophysical Journal, e coordinati da Christopher Conselice (Leiden University, Olanda) hanno riesaminato tutte le immagini delle regioni più profonde e antiche dell’Universo, includendo immagini di Hubble e di altri osservatori che hanno “fotografato” il cosmo così com’era 400-700 milioni di anni dopo il Big Bang. Hanno quindi convertito le immagini in elaborazioni 3D per elaborare stime più accurate del numero di galassie esistenti per ogni epoca.

 

Questa numerosa popolazione dell’Universo primordiale si è assottigliata nel tempo, a mano a mano che le galassie collidevano, formando gruppi di stelle più grandi. Sembra dunque che quando l’Universo era ancora “in fasce”, ospitava un numero di galassie almeno 10 volte più grande, pari a circa 2 trilioni di galassie, di cui noi oggi riusciamo a vedere soltanto il 10%. Torniamo allora paradosso di Olbers: perché il cielo notturno è così scuro?

La conclusione dei ricercatori è che in effetti esiste una tale abbondanza di stelle che virtualmente ogni pezzetto di cielo che vediamo ospita parte di una galassia. Sappiamo però che la luce di queste galassie non sempre riesce a raggiungerci a causa di altri fattori noti, come lo spostamento verso il rosso, dovuto all’espansione dell’Universo, che fa sì che per l’osservatore la luce emessa dalle galassie sia visibile su frequenze minori rispetto a quando è stata emessa, o il fatto che gas e polveri intergalattiche schermano e bloccano parte della luce.

Fonti di riferimento: Focus, Hubblesite.org

Autore dell'articolo: Pardini Andrea